NON VOGLIAMO DIVENTARE FANTASMI

Non vogliamo diventare fantasmi: pedalare non deve essere una condanna.
Ogni anno, centinaia di ciclisti perdono la vita sulle strade italiane. La storia di Lamine Barro e il simbolo delle Ghost Bike evidenziano l'urgenza di garantire sicurezza stradale per I ciclisti

Ogni anno, centinaia di ciclisti perdono la vita sulle strade italiane. La storia di Lamine Barro e il simbolo delle Ghost Bike evidenziano l'urgenza di garantire sicurezza stradale per i ciclisti.
Sabato 10 maggio 2025 è stata installata una Ghost Bike sul luogo dell'incidente in cui ha perso la vita Lamine Barro, il lavoratore travolto dal conducente di un’auto mentre tornava a casa in bicicletta. Un gesto simbolico per ricordarlo e per chiedere strade più sicure.
Ricordare Lamine Barro è un dovere. Agire per cambiare è un obbligo.

Lamine Barro era un lavoratore come tanti, un uomo che quella sera del 1° maggio stava semplicemente tornando a casa in bicicletta da uno dei due lavori che svolgeva ogni giorno per aiutare la sua famiglia rimasta in Senegal, indossava il gilet catarifrangente e la bici era a norma
Lamine non è mai arrivato, è stato travolto, la sua vita è stata spazzata via lungo la strada che da Mesagne porta a San Vito dei Normanni, lasciandoci ancora una volta a fare i conti con un dolore che si ripete troppo spesso.
Questa pedalata è per lui. Per Lamine, per tutte le vittime della strada, per dire che la sicurezza non può più aspettare.
Ma il cordoglio non basta. Quando le lacrime si asciugano, resta una domanda amara: quante altre vite dovremo perdere?
Nel 2024, sulle nostre strade, sono morti *204 ciclisti, dal 1° gennaio ad oggi sono già 63. Numeri! E la domanda che ci angoscia è: a quando il numero 64?
Non vogliamo più ghost bike. Vogliamo sicurezza.

Le ghost bike, quelle biciclette bianche lasciate come memoriale sui luoghi delle tragedie, sono diventate un simbolo troppo familiare. Ma non vogliamo abituarci a loro. Non vogliamo più “incidenti” che incidenti non sono. Perché chiamare incidente qualcosa che accade con inquietante regolarità è un inganno. È ora di dire le cose come stanno: sono tragedie prevedibili, frutto di negligenza, indifferenza e inazione.
E non possiamo limitarci a puntare il dito contro il “pirata della strada” di turno. Sarebbe troppo semplice, troppo comodo. La responsabilità non è solo di chi investe e fugge, ma anche di chi ha il dovere di prevenire e non lo fa.
Leggi dimenticate e vite spezzate: l’Italia che non protegge i ciclisti
Esistono leggi che potrebbero salvarci. Leggi ignorate, sepolte nei cassetti. Una su tutte: la **Legge 366/1998 - norme finalizzate alla valorizzazione ed allo sviluppo della mobilità ciclistica, prevede la realizzazione di piste ciclabili ogni volta che si costruisce una nuova strada o si interviene con una manutenzione straordinaria. Eppure, dopo 27 anni, quante di queste piste sono state davvero costruite?
Ogni nuovo manto d’asfalto dovrebbe essere una promessa di sicurezza. Invece, troppo spesso è solo un’altra strada che diventa una trappola.
Quanti morti ancora dovremo contare?
Questa è la domanda che non possiamo smettere di fare. A chi governa, a chi decide, a chi dovrebbe proteggere e non lo fa. Non vogliamo diventare fantasmi. Vogliamo pedalare sicuri. Non vogliamo altre vittime di una violenza silenziosa e costante.
Perché ricordare è un Dovere, Agire è un Obbligo.




















