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La guerra del Montenegro

Diventa sempre più buio. E' stretto, non sappiamo su cosa pedaliamo, non sappiamo cosa c'è avanti, di lato. Ci siamo trovati in questo tunnel, per una scorciatoia nel tratto Virpazar-Bar, lungo la “vecchia ferrovia”. Le carte sono incerte, il GPS a tratti perde il segnalee intorno non c'è nessuno, solo una splendida desolazione in un paesaggio montano mozzafiato. Entriamo, in gruppo e subito ci perdiamo di vista, ho di fianco a me Nadia, una compagna di viaggio allegra e coraggiosa. Ma è come non ci fosse; dopo qualche centinaio di metri non la vedo più, sento solo il suo affanno, la sua incertezza; sicuramente ha paura di camminare in questo nulla senza fondo che è questo budello. Il fatto è che ho paura anche io ma non non devo farlo a vedere; la incoraggio ma sappiamo entrambi che stiamo rischiando qualcosa; inutilmente per di più.

Al buio con queste lampade da bici buone solo per le passeggiate nella piazza del paese, potrebbe accadere di perdere l'equilibrio e cadere rovinosamente, oppure di non vedere un ostacolo, un pozzo, qualcosa che pende dal soffitto. Si continua e diventa sempre più freddo. Non c'è più la luce dell'imboccatura e nemmeno quella d'uscita. In piena estate, siamo un posto umido e glaciale; sentiamo l'acqua sotto le ruote ma non la vediamo. Scendiamo dalla bici, ma è peggio. Ora siamo lenti, ci sentiamo vulnerabili, come se non potessimo scappare da una minaccia. L'affanno e ancora l'affanno delle paure che sono quelle delle notti con gli incubi. Razionalmente sai che davanti a te è già passato qualcuno e non ci dovrebbero essere rischi concreti. Ma chi può dire li sotto una montagna, dentro un tunnel mai completato, dove non passa mai nessuno e se qualcuno lo fa non è certo per turismo come noialtri. Il tempo ora è diverso; scorre dilatato. Sono passati pochi minuti eppure sembra di essere la sotto da tanto, troppo tempo.

Temo che Nadia abbia un pianto o qualcosa del genere, temo per me di mostrarmi un tantino vigliacco lasciandola un po' troppo dietro, lasciandola la in fondo a coprire l'altro lato della paura, quella del possibile pericolo che ti arriva alle spalle. Forse sono troppi film di avventura che ho visto, di soldati che vengono decimati, a partire dalle retrovie; uno dopo l'altro a opera di nemici invisibili.
L'aspetto, mai poi aumento di nuovo; mi rendo conto che ora stiamo correndo con le bici di fianco. Rischiamo ancora di più che pedalare ma, entrambi vogliamo avere i piedi a terra, sentire che c'è qualcosa di reale e non questo buio maledetto privo di riferimenti. Non parliamo più, andiamo avanti e non si vede la luce dell'uscita. Quanto ci manca? Eppure non dovrebbe essere lungo; perchè non si vede l'uscita? E' un fatto normale vedere prima o poi l'uscita di un tunnel. Vedi il lume dell'uscita a distanza di chilometri e noi non vediamo niente. Si aggiunge la paura di esserci persi, magari in un bivio come nelle miniere, dove ad un tratto ti trovi in un labirinto senza uscita.

Corriamo ancora e viene la voglia di abbandonare anche la bicicletta per essere più veloce e agile, ma ancora una volta temo di mostrarmi vile: che fosse Nadia la prima a gettare la bicicletta e avrei fatto lo stesso.
Si continua a non vedere quella maledetta luce d'uscita: forse è il caso di tornare indietro. Questo avrebbe significato fermarci; parlare con il cuore in gola ad una compagna che molto probabilmente sta facendo affidamento al mio senso di controllo. No, si va avanti; qualcosa dovrà succedere e, risalendo dall'avvallamento, infine succede: vediamo l'uscita.
E' un debole lumicino, come le nostre lampade da bici ormai scariche. Risaliamo sulle bici e pedaliamo sempre più forte, ignari di tutto e con il timore che quell'uscita di luce potrebbe scomparire da un momento all'altro.

Ma non è così: diventa via via più grande, si inizia a vedere a terra, si inizia a vedere il manubrio, la ruota e infine i nostri visi. Non può succederci più nulla; ancora qualche metro e siamo di nuovo sotto il cielo estivo del Montenegro. Niente può essere più assurdo di un budello scavato con il criterio delle montagne russe e attraversato con il cuore in gola, ma doveva ancora accadere altro per rendere indimenticabile questo viaggio.
Finalmente fuori! Io e Nadia ridiamo, vorremmo dire buone parole per chi ci ha portato fin li, ma abbiamo voglia di ridere almeno finchè non ci troviamo un mitra spianato di fronte.
Ecco cosa è più assurdo di quel tunnel: capitare pedalando in una zona militare percorsa dalle grandi manovre dell'esercito, suppongo, montenegrino. La sentinella non scherza; ha degli ordini e un mitra carico in mano.

Forse ha già saputo degli altri prima di noi e il suo comando gli ha detto di lasciar perdere. Passiamo di fianco alla pattuglia in assetto di guerra; con la faccia, credo anche quella di Nadia, da idiota; il perfetto turista “fai da te” che prima o poi si va a cacciare nei guai. Ci guardano e ci salutano come si farebbe a dei ragazzini un po' lontano dalla mamma.
A distanza di sicurezza ci fermiamo, non sappiamo che fare, non sappiamo che dire: è successo oppure no, eravamo noi la dentro al buio e poi fuori in mezzo alle milizie? E' meglio pedalare: questa volta possiamo raccontarla.

Risorse: album fotografico

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